Alessandro Bruscella: uno sguardo dall'altro lato

La redazione del sigonio ha intervistato il giovane professore Alessandro Bruscella, attualmente studente universitario all’Unimore e supplente di Matematica e Fisica.

bruscella

Cosa l’ha spinta ad accettare l’insegnamento? 

«Per arrivare alla risposta a questa domanda, partiamo dal presupposto che, io ho scelto di studiare Matematica all’università grazie al mio prof. di quinta superiore che mi ha fatto appassionare alla materia, e nonostante il mio timore iniziale, è riuscito a convincermi che potessi essere in grado di insegnare. Inoltre, il mondo della scuola mi ha sempre affascinato molto, e una volta intrapresi gli studi, sapevo che mi sarebbe piaciuto, almeno per un po’ di tempo, provare a fare il professore. Così, ho fatto la messa a disposizione, e quando mi hanno chiamato, ho detto subito sì».

 

Vorrà continuare a farlo o no?  

«Non so se continuerò a farlo, perchè i miei progetti di vita sono altri in questo momento ma non rimpiango sicuramente di averlo fatto perché è un'esperienza che comunque mi è piaciuta e mi sta piacendo. Di sicuro lo consiglio solo se si ha effettivamente voglia di mettersi in discussione, perché non è banale e rappresenta una grande responsabilità. Ci si trova a contatto con tantissime singolarità che bisogna comprendere, e all'interno di un contesto collettivo, non è mai facile. Ognuno di noi infatti ha il modo giusto con cui relazionarsi, ha il proprio modo di fare, di parlare è quindi complesso arrivare a più alunni in maniera uguale. Non penso, dunque, che continuerò ma non so nel futuro lontano perchè non so neanche come andranno i piani che ho prestabilito per la mia vita». 

 

Ritiene di essere il prof che avrebbe voluto avere da studente? 

«Sì, questo assolutamente, nel senso che, quando ero studente mi è capitato diverse volte di  “litigare” con alcunidocenti perché non tolleravo a sedici anni di essere trattato un po’ da bambino, non l'ho mai accettato a livello personale, scolastico, familiare e poi anche a livello universitario, e chi aveva questo atteggiamento mi indispettiva molto. I ruoli sono differenti e giusti se seguiti dal rispetto ed è questo quello che cerco di replicare, spero di riuscirci e mi auguro che sia recepito bene, perchè mi rendo conto che la tipologia di insegnante che volevo io non è la stessa desiderata da tutti i ragazzi. Mi sono però accorto che non c’è mai un insegnante che possa accontentare tutti, qualcuno va in contrasto per forza di cose e non si riesce ad essere una persona diversa contemporaneamente per minimo 20 persone che ci sono in una classe, quindi si cerca di adeguarsi un po’ alla situazione generale». 

 

Qual è per Lei la cosa più difficile del fare l’insegnante?

«Una cosa che non mi piace sicuramente fare è dare brutti voti, mi da proprio fastidio, però a volte bisogna farlo. Giudicare, sicuramente, è una parte veramente complicata, perché bisogna tenere in considerazione moltissimi fattori e occorre esternarsi tantissimo per oggettivizzare. Io ho un determinato modo e cerco di abituare gli studenti a un certo grado di formalismo, ma a un altro docente può non interessare. C’è un lato di soggettività nelle valutazioni ma è certamente complicato distaccarsi abbastanza da essere pienamente oggettivi. Quindi la valutazione è sicuramente una delle cose più difficili, ma molte volte anche spiegare, cioè far passare il ragionamento mentale, specie se intuitivo, ed esplicitarlo ad altre persone, non è facile, ma si può fare ed è chiaro che con l’allenamento tutto migliora e da questo punto di vista l’esperienza aiuta veramente tanto».                

 

Cosa c'è a suo avviso di sbagliato nel sistema scolastico? 

«Partiamo da un dato, quello di cui mi rendo conto è che il sistema scolastico, da quando ho finito le superiori cinque anni fa ad ora, sia cambiato molto. Sicuramente credo ci sia una differenza tra nord e sud da questo punto di vista, banalmente legata a infrastrutture, possibilità all'interno delle scuole, ad esempio nelle gite o nell’utilizzo di mezzi come il treno per spostarsi. Per certi versi, si continua un po’ a rincorrere il nuovo, senza però fare qualcosa di concreto e fatto bene, anche se sarebbe difficilissimo perché cambiare è sempre complicato. Mi rendo conto che questo sistema è ancorato a un modello vecchio e sicuramente ci sono delle riforme, introdotte dal 2010 in poi, che ho subito da studente e che noto adesso da docente, che non mi hanno mai ispirato, capisco la ratio che ha portato a questi cambiamenti, ma sono della personalissima idea che si potessero evitare per farne una un po’ più organica elaborata anche con gli studenti, capendo di cosa hanno bisogno».      

 

Abbiamo saputo che, in passato, si è dedicato in modo attivo alla politica. Ci può dire qualcosa di più?

«Da qualche anno a questa parte, fino a novembre, sono stato il coordinatore dell’Unione degli Universitari di Modena. Ѐ stata un'esperienza particolarmente formativa, che nel giro di poco tempo mi ha fatto crescere e mi ha cambiato radicalmente. Tramite l’Udu, ho svolto e sto svolgendo degli incarichi istituzionali in università, sono stato in Senato accademico, l’organo che prende la maggior parte delle decisioni a livello didattico, mentre da maggio sono in consiglio di amministrazione, che è in realtà l’organo decisionale per eccellenza, formato da poche persone: io sono quota rappresentante degli studenti. Ѐ un lavoro complesso che prende via tempo e che mi ha formato tantissimo, perché stare a contatto con un Cda di un'università, un ente che dal 2010 a questa parte sembra sempre di più un’azienda e ha un bilancio che deve chiudere con un margine positivo, ti da un grado di istituzionalizzazione importante per cui devi comprendere determinati meccanismi che non sono facili». 

 

Perché crede sia importante parlare anche di politica? 

«Premetto che da docente è una cosa che non faccio, al massimo cerco di far nascere la discussione in classe dando tutti gli elementi pro e contro, essendo compito degli insegnanti dare le conoscenze per far sviluppare il pensiero. Fuori dalla scuola, invece, sono convinto che sia importante diffondere i miei ideali semplicemente perché ci credo, capisco che un'altra persona possa non essere d'accordo con quello che penso io, ed è legittimo che sia così.  È importante innanzitutto sviluppare un pensiero, cosa che al giorno d’oggi si tende a non fare per diversi motivi, ma in generale ci si informa estremamente poco ed è sempre più complesso sviluppare un pensiero critico elaborato. Ritengo sia fondamentale per primo fare questo, poi io provo a difendere i valori di cui sono convinto».



E i ragazzi dovrebbero sviluppare un pensiero politico critico?

«Noto soprattutto in università, dove il contatto con i docenti è minore, che nel corso del tempo si è perso il tema primario, cioè la cultura che permette l’emancipazione delle persone formando, di conseguenza, cittadini consapevoli. A scuola, è complesso parlare di attualità, servirebbe tanto ma è molto difficile perché non si ha il tempo neanche di terminare i programmi ministeriali. Si è un minimo recuperato negli ultimi anni questo tema con educazione civica, ma molti ragazzi si ritrovano nell’età del voto, senza idee, ma con una matita in mano. Se non si sviluppa questo tipo di pensiero critico, il voto diventa un esercizio molto difficile da fare, quando in realtà sarebbe sia un diritto, sia un dovere».

Redazione Sigonio

Lia 3ªH